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Nel commemorare il venticinquesimo della revisione del
concordato tra Italia e Santa Sede, il cardinale Achille
Silvestrini terminava il suo intervento scritto alla tavola
rotonda conclusiva del convegno promosso un anno fa dalla
Fondazione della Camera dei deputati con queste parole: "Il
grande ricordo che ho degli esponenti di quella classe politica
non è soltanto una memoria, è un esempio che va ricordato, oggi
soprattutto" (Problemi e prospettive dei Patti Lateranensi a
25 anni dalla revisione, Roma, Fondazione della Camera dei
deputati, 2009, p. 73). Forse sta proprio in questa
considerazione di un ecclesiastico che conosce bene la politica
italiana l'utilità di tornare a riflettere su quello strumento
di conciliazione e di solidarietà che sembra ormai essere
entrato quasi naturalmente nelle pieghe profonde della società
italiana, tanto da fare quasi dimenticare, per l'evidente
consenso che lo circonda, contrasti e fratture che pure hanno
avuto un rilievo nella storia della Nazione italiana.
Nell'intervento al convegno tenutosi a Montecitorio il 18
febbraio 2009 il porporato enumerò i nomi di molti di quegli
esponenti, a partire naturalmente da Bettino Craxi e dal
cardinale Agostino Casaroli: Guido Gonella e Giulio Andreotti,
Valerio Zanone e Paolo Bufalini, Lelio Basso, Gaetano Arfè e
Giovanni Spadolini; e non dimenticò coloro che
avevano appassionatamente messo la propria scienza al servizio
del necessario rinnovamento: Arturo Carlo Jemolo, il gesuita
Salvatore Lener, Roberto Ago, Vincenzo Caianiello e, ovviamente
non ultimi, Francesco Margiotta Broglio e l'allora vescovo
ausiliare di Milano, oggi cardinale, monsignor Attilio Nicora.
Proviamo dunque a riflettere su un fatto che ha indubbiamente
rilevanza storica nel rapporto tra lo Stato e la Chiesa in
Italia, ricordandolo anche da questo particolare angolo di
visuale: quello cioè di una classe politica che, alla vigilia
di una fine anche drammatica, dimostrò in quel decennio di avere
in sé una capacità di guida e di azione considerevoli, giungendo
anche allo scioglimento di diversi nodi importanti della vicenda
italiana. Tra i maggiori va ricordata naturalmente la revisione
concordataria, che in quel periodo poteva sembrare addirittura
un reperto archeologico, non fosse altro perché erano ormai
passati quasi quarant'anni dalle solenni promesse di modifica
del concordato del 1929, annunciate da De Gasperi e da Togliatti
nel 1947 davanti alla Costituente.
Certo non erano stati inutili quei decenni, perché l'andare
della storia e il prezioso lavoro di ripulitura e di
sfrondamento compiuto avevano fatto maturare sul tema un
consenso diffuso, sufficiente ad attenuare, se non a risolvere,
alcuni fatti traumatici che erano comunque intervenuti e che
indubbiamente si erano dimostrati difficili da governare. Quello
che soprattutto era mancato per la risoluzione del problema, nel
corso del ventennio precedente l'avvento al Governo di Craxi,
non stava solo nel merito; più importante si era dimostrata
l'incapacità di solidificare una risoluzione favorevole che
ormai era considerata matura, giacché alla stretta finale, di
fronte a una decisione che rimaneva comunque difficile, le forze
politiche e principalmente i Governi quasi si ritraevano, non
riuscendo a evitare crisi e sbandamenti; in particolare, non
erano in grado di generare, sia dentro che fuori il Parlamento,
un consenso ampio sul tema che fosse capace anche di durare nel
tempo.
Tutte queste difficoltà si dissolsero nel biennio 1983-1984 con
Craxi alla guida del Governo. Non fu naturalmente opera di
magia, giacché il presidente del Consiglio utilizzò con abilità
la sua riconosciuta capacità di decisione, che si intrecciò con
una lucida visione della storia: un combinato che il leader
socialista dimostrò allora di possedere. Certo Craxi e il suo
partito non erano in partenza il meglio che allora si potessero
attendere i vescovi italiani e forse neppure la Santa Sede; ma
entrambi aspettavano da troppo tempo un'occasione per concludere
positivamente una vicenda che si trascinava ormai da molti anni
e che proprio per questo presentava anche risvolti preoccupanti.
Oggi possiamo riconoscere che fecero bene ad andare avanti.
Questo vale in particolare per la legge di riforma del
finanziamento e dei beni ecclesiastici, che rappresenta il vero
punto di innovazione.
Il personaggio politico che allora rese possibile questa
conclusione positiva fu, pochi anni dopo, estromesso dalla vita
politica e sottoposto a gravi conseguenze giudiziarie per il
finanziamento illegale ai partiti, con modalità che il
presidente Giorgio Napolitano, in occasione del decennale della
sua morte, ha riconosciuto essere cadute "con durezza senza
eguali sulla sua persona". Craxi fu sempre un socialista
liberale, duramente anticomunista; per queste medesime ragioni
guardava al cristianesimo e al cattolicesimo con rispetto e
attenzione, esprimendo inoltre una partecipazione appassionata
alle battaglie di Giovanni Paolo II per la promozione e la
salvaguardia dei diritti di ogni uomo e di tutti i popoli.
La convinzione che lo guidò nel varare la revisione
concordataria partiva dall'idea che il cristianesimo e la Chiesa
romana rappresentavano in Italia un fatto di popolo, capace di
parlare al Paese ed esserne un prezioso elemento coagulante; per
questa ragione ritenne che la normativa e la legislazione che li
riguardavano erano un atto dovuto e non un privilegio, da
costruirsi naturalmente attraverso gli strumenti della
democrazia parlamentare. E quando si trattò di definire la
direttiva per chi dovesse rappresentare il suo Governo nel
negoziato per redigere la normativa da cui nacque l'otto per
mille, fu inequivoco: "Non affamate i preti", comandò netto. E
aggiunse senza perifrasi la convinzione che lo sosteneva nel
dettare quel comportamento: e cioè che l'Italia, il tessuto e
anche la vita democratica del Paese senza la Chiesa e il suo
clero non reggevano.
"Dio scrive dritto su righe storte". Tanti anni fa Livio Labor
ripeteva spesso queste parole a noi giovani, appassionati ma
anche agitati militanti delle Acli, le Associazioni cristiane
lavoratori italiani. Credo che questo motto, usuale nel
grande cattolicesimo lombardo di quel tempo, ci consenta di
comprendere appieno quanto avvenne allora nel mezzo della
decadenza di un sistema politico: l'emergere di una volontà
decisa e insieme saggia, capace per questo di consentire la
revisione del Concordato. E questo motto può aiutarci ancora
oggi, dinnanzi al nostro ambiguo e difficile presente.
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